WWF logo

 

clima190

 

clima190

 

1.190

 

WWF EDUCAZIONE AMBIENTALE EVENTI E MANIFESTAZIONI ESCURSIONI

Le ultime notizie a portata di CLICK

 

 Conoscere l'ambiente in cui viviamo  Glie eventi più importanti a cui partecipare  Le nostre escursioni alla scoperta del territorio

Cronaca della memorabile discesa Pizzi Deneri / Valle del Bove

domenica 13 giugno 2010

Ora che c’è la possibilità di evitare la salita a piedi e con pochi euro ci si può far trasportare da potenti fuoristrada a forma di piccoli pullman, in due anni  per due volte sono andato a trovare i monti che fanno parte della mia vita, anzi i monti che fanno parte della mia infanzia e giovinezza.

Durante la mia gioventù, le balze scoscese che scendono dai Pizzi Deneri, per me, erano la montagna, il vulcano Etna, in tempi in cui non consultavo neppure le cartine (che non c’erano, e Google non era stato  ancora concepito), avrei dovuto allacciare un paio di scarpe ed imitare tanti giovani della mia età che partivano nel pomeriggio e camminando tutta la sera e parte della notte, sostavano appollaiati in bivacco sui Pizzi Deneri e quindi risalivano e aggiravano la parete del cratere di nord est per raggiungere la sommità del cratere centrale ed aspettare l’alba, nell’illusione di vedere oltre la Calabria; si favoleggiava che alcuni vedevano il golfo di Napoli.

Non andavo in escursione, occupato com’ero ad esplorare altri lidi della vita, così attratto dalla carta stampata e dalle gonnelle. Ed ora nell’età matura, quando doveva arrivare il momento del riposo, non solo muovo frequentemente le gambe ma spingo e convinco gli amici ad osare, per andare a trovare le zone ancora inesplorate,  non percorse con regolarità.

L’anno scorso in luglio mi son trovato quasi per caso ma in simpatica compagnia (chi potrà dimenticare la dolcezza dello sguardo di Jill, la giovane sposa americana che con sacrificio completò la discesa di tutto il percorso, pur soffrendo dolori, perfino lancinanti, al menisco destro?) a partecipare a un’escursione del CAI di Giarre che prevedeva una discesa nella Valle del Bove, cominciando appunto dai Pizzi Deneri, attraverso la piccola Valle del Leone per arrivare a quote basse, intorno a 1000 metri, al di fuori del bordo meridionale della grande valle.

  

Sono rimasto incantato dalla bellezza e dall’asprezza della valle ma soprattutto dalla possibilità d’ammirare le pareti interne dal fondo della valle, che hanno nome Serra delle Concazze, Serracozzo, Rocca delle Capre, Rocca Musarra, Monte Rinatu, Scorsone, Cirasa, Fontane, oltre i grandi crateri Rittman e Simone, e le numerose colate laviche e  i non pochi hornitos.  

Dunque, la domenica 13 giugno con gli amici del WWF jonico etneo, intraprendiamo (siamo in venti), questo insolito itinerario etneo. La locandina che avevo preparato indicava un livello di difficoltà alto, perché il percorso, tutto in discesa, è relativamente accidentato e richiede buone gambe per superare le asperità e le forti pendenze del terreno.

In poco più di mezz’ora copriamo la distanza da Piano Provenzana a Piano delle Concazze, questi potenti fuoristrada danno una lieve euforia di potenza meccanica, e appena scendiamo notiamo subito una brezza fresca e stimolante d’alta quota, siamo a 2847 s.l.m. e sono le ore 9.45, ma sono le sensazioni relative all’immensità che prevalgono in tutti noi : nei volti meravigliati e negli occhi semichiusi dei miei compagni,  a causa del  vento sferzante, leggo l’impressione di trovarsi in groppa a un gigante, che oggi non brontola nelle sue viscere, ma ogni tanto fa sentire l’odore della sua pelle, l’anidride solforosa che scende dalle sommità dei crateri, che stanno lì sopra a portata di mano, si fa per dire, distanti appena due-tre chilometri, ma a tre ore di cammino per chi vuol salire.

Piano delle Concazze si presenta come un’arida e desertica pianura di sabbia e lapilli, quasi un altipiano, anzi un tavoliere, oppure una colossale membrana che congiunge le pareti dei Pizzi Deneri (residui preistorici del Trifoglietto sprofondato circa 65.000 anni fa) e l’attuale Mongibello fumante (o se volete, il massiccio craterico formatosi dopo lo sprofondamento del cosiddetto “ ellittico ”, circa 15.000 anni fa).

Sono particolarmente attratto dal panorama che si apre al nord,  quello che guarda giù verso Linguaglossa e i suoi monti viciniori, i luoghi in cui sono cresciuto. Un vapor grigio avvolge tutto l’orizzonte, eppure in lontananza si distingue la rocca di Novara e Taormina sembra che voglia entrare nel mare.

Una dolce malinconia mi fa tremare le gambe e mi appoggio alla balconata della terrazza che protegge  la costruzione del sottostante osservatorio astronomico. Sono sulla sommità di quel che la fantasia fanciullesca mi faceva sogguardare come  a una mammella… e ora m’assale un sentimento d’abbandono … Addio, monti sorgenti dall’acque, …  

“ Addio, monti del mio tempo felice, svettanti al cielo; cime ineguali e arrotondate,  note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto dei suoi più famigliari; torrenti, dei quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; casette sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio!

Quanto è tristo il passo di chi cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si meraviglia d’essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse, che, un giorno tornerà dovizioso.

Quanto più s’avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell’ampiezza uniforme; l’aria gli par gravosa e morta; s’inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro; e davanti agli edifizi ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio inquieto, al campicello del suo paese, alla casuccia  a cui ha già messi gli occhi addosso, da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco ai suoi monti.

… Addio, casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s’imparò a distinguere dal rumore dei passi comuni il rumore d’un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, …. Addio, chiesa, dove l’animo tornò tante volte sereno, …

Addio, monti, non vi guarderò più da questi luoghi, le membra stanche e lo spirito pregno di mestizia fanno desiderare il riposo tra i cipressi di contrada Friera…  ( ma,  stupidino, mi dico, all’ombra dei cipressi e dentro l’urne  è forse il sonno della morte men duro? ).

Di tal genere, erano i miei pensieri, mentre il vocìo degli amici mi ridesta a nuova fatica …

( Alessandro Manzoni voglia perdonarmi il saccheggio ignobile … ma è stato un moto spontaneo dell’anima, non una ricercatezza letteraria né tanto meno un’esibizione antologica… quando si ha trasporto per la poesia… comprenderete la debolezza … e poi con questi panorami, incatenato alla mia memoria, una sessantina d’anni, polso lento, senile, cartilagini esangui…).

Abbiamo con noi il “principe“ delle guide dell’Etna, la guida alpina linguaglossese - che per ragioni anagrafiche ho visto crescere e maturare -  Franco Emmi, che ci porta venti metri più in alto dalla terrazza dell’osservatorio, sulla cima dei Pizzi, dove il panorama si apre ancora di più e mentre la nostra meraviglia cresce, lui armeggia presso un minuscolo casotto incardinato tra le rocce e rivolto a sud ovest, dove c’è una parete di lamiera pesante dalla quale sporge un finestrella protetta dal vetro, che ha bisogno di periodiche pulizie.  Dentro ci sta una telecamera, cioè una webcam orientata sui crateri per monitorare con immagini 24 ore l’evoluzione vulcanica  (indirizzo: www.etnatrekking.it ). Lui viene qui, in questi posti, allo stesso modo come io potrei andare nell’orto di casa o dalla Cetty a prendere il caffè più profumato del mondo (dopo Sant’ Eustachio).

Da questo punto cinquant’anni fa vidi per la prima volta la grandezza della Valle del Bove. Allora si presentava verdeggiante e soltanto qualche colata lavica creava delle striature scure. Soprattutto era perfettamente visibile il bordo più a valle, quello che guarda il mare, alto circa 200 metri e dunque aveva la forma di un immane contenitore. Sotto questo aspetto è ora “ irriconoscibile ” : è stata riempita di lava all’inverosimile e il bordo orientale non è più visibile.

Dopo un po’ ridiscendiamo sulla pianura di Piano delle Concazze e sul margine sud orientale della Valle del Leone facciamo una foto di gruppo, senza panorama sullo sfondo, il fotografo si  è voluto piazzare a valle : da qui inizia un sentiero teorico, nel senso che si deve scendere lungo la ripida parete di una sorta di anfiteatro che delimita la valle, piena di soffici lapilli dove si affonda fin oltre la caviglia e si solleva un polverone. Sono in testa alla fila che subito si scompone, i ragazzi, sette su venti, prendono la rincorsa e scendono veloci con grande divertimento, imitati dai grandi.

Quando finisce la discesa e siamo nel fondo della valle nei pressi di un hornitos  (camino di risalita del magma alto circa dieci metri con un’apertura alla base da dove fuoriesce la lava  e altri due o tre fori in alto, formati dalle esplosioni a fontana e dal degassamento)  lo sguardo si posa sulle cime circostanti e si riflette un momento sui grossi e piccoli massi sparpagliati dappertutto a seguito dello sgretolamento durante lo scioglimento delle nevi. Da questo momento raccomandiamo un occhio d’attenzione in direzione di tali pareti, il precipitarsi e il rotolamento di un masso non manda alcun avviso.

Scendiamo lievemente per altri 500 metri e ci troviamo nei pressi di una gola priva di  profondità, all’aprirsi della quale ci si trova su un margine, quasi un balcone, da dove si intravede, quasi tutta la Valle del Bove e il mare Jonio, insomma uno strapiombo colossale - il cosiddetto gradino o testata di una valle -  nelle cui immediate vicinanze sembra di poter toccare la cima del rossiccio cono vulcanico chiamato Rittman del 1987 (dentro questo cratere si è riversata una colata lavica tracimata dal gradino a monte e dopo aver riempito la concavità ha proseguito la corsa a valle tracimando dal bordo più scosceso: uno spettacolo tutto da vedere).

Ai bordi di questo spettacolare cratere c’è una colonia di coccinelle che si nascondono sotto le pietre e alcune prendono il sole o si riscaldano, ma hanno una livrea più chiara di quelle di pianura, sono meno civettuole. Poiché alcune sono di piccole dimensioni ho l’impressione che si tratta di un posto d’allevamento, ossia una nursery per neonate coccinelle. A queste quote, siamo a m. 2380,  pare una cosa insolita e con noi non c’è l’entomologo …

Ma quel che sembra apparentemente ripido e insuperabile ha quasi sempre un passaggio più o meno agevole e quindi scendiamo tra le lave e i lapilli  per raggiungere una zona più pianeggiante.

E’ in questo punto che a uno dei ragazzi, Salvo, vengono meno le gomme delle scarpe, nel senso che, sporadicamente usata, la soletta dei suoi scarponcini antinfortunio si spappola e rimane soltanto una sottile lastra di alluminio: ha potuto continuare soltanto perché nel mio zaino, grazie alla pignoleria dell’escursionista, c’era una piccola matassa di fil di ferro adatto per avvolgere lo scarponcino alla soletta, ma ha faticato e sofferto per tutto il percorso. ( Egli, fortunatamente, svolge allenamento di pugilato e sa sopportare il dolore).

Ora siamo alla base di Monte Simone del 1812 e come al solito i più giovani salgono d’impeto sulle sue pareti : i primi due sembrano dei levrieri, in un batter d’occhio sono sulla sommità e alla vista sono diventati piccini. Quasi tutti fanno la stessa salita sia pure con ritmo diverso. Soltanto in quattro resistiamo alla tentazione dell’arrampicata e aggiriamo il cratere dal lato nord dove incontriamo alcuni dicchi spettacolari, quasi delle sentinelle a guardia del passo. (Secondo lo studioso prof. S. Arcidiacono i dicchi sono strani muraglioni lavici che tagliano verticalmente e perpendicolarmente le pareti delle serre e rappresentano vestigia di fessurazioni radiali riempite dagli efflussi lavici che alimentarono passate eruzioni laterali e che sono state messe a nudo da processi di erosione selettiva ad opera degli agenti meteorici).

Tutti gli scalatori ridiscendono il cono vulcanico dal lato orientale e ora che siamo ricompattati ci godiamo la pianura, proseguendo il cammino allegri ed entusiasti, costantemente meravigliati dall’immensità degli spazi e dalle proporzioni della valle.

Camminiamo in fila ma sgranati come una corona di rosario consunto e so che in un punto  ben preciso, prima d’incontrare il grande sperone che già s’intravede in lontananza, bisogna alzare lo sguardo non solo per “ proteggersi “ dalla caduta massi ma per ammirare lì in alto una finestra tra le rocce, ossia un foro che sembra illuminato dall’interno per effetto della luce del sole allo zenit e l’ombra che fa la roccia che gli sta davanti.

Rimango solo per qualche minuto appoggiato al mio bastone di castagno, anch’esso consunto, con il mento all’insù e mi ritrovo avvolto da un sentimento, d’una sospensione, un sentimento d’un tempo immobile. Ma subito avverto il letterario inganno bufaliniano : che il sole s’impietri dov’è; che nel nostro sangue nessuna cellula invecchi in un attimo, in questo stesso attimo che sembra passare e non passa, sembra non passare ed è già passato. Potessi interromperlo, sospenderlo, il tempo :  così che tutto, pietre, uccelli, foglie, frutti, tu ed io, siano e siamo fulminati dalla luce in un radioso e incorruttibile tempo presente: immobili senza più i frangenti dei nostri ieri a sommergerci, senza più i roveti del domani, a minacciarci malanni e morte; niente passato, niente futuro, ma solamente presente, con noi tutti beati, belli e addormentati nel bosco, re, regina, cortigiani, principessa, lo stesso principe… in un presente inamovibile ch’è la stessa festa dorata di questo giugno del duemiladieci…

Un dolce ed impalpabile melodia sale dalle profondità dell’animo, l’ho ascoltata in un disco, l’ho letta in un libro, musica e parole in un tempo sospeso : una pace.  “ La vergine degli angeli / mi copra del suo manto / e mi protegga vigile / di Dio l’angelo santo “ .   Ah, lettori, quando sentirete questi due minuti di musica sarete d’accordo con quel savio siciliano, che la felicità può essere questo: ascoltare il canto di una vergine prima che si ritiri in un eremo…  (in un’opera lirica, s’intende!  Al secolo, La forza del destino).

Si scende lievemente verso lo sperone di Serracozzo, cioè il promontorio che entra nella valle del Bove con prepotenza e protagonismo, quasi volesse difendere un primato e a ragione perché nella parte finale, quando si spezza e si placa esibisce un dicco che è uno spettacolo, enorme, movimentato e levigato,  intrepido a resistere a tutte le colate che lo hanno bordeggiato, violentato con spruzzi di lava liquida rimasta abbarbicata alle sue pareti, insomma la zampa di un drago, un gigante che non si sveglia, perché deve invecchiare accanto al suo tesoro.  

Poiché sono le ore 13.00 qualcuno invoca una sosta per lo spuntino ma altri preferirebbero continuare ancora un po’ per incontrare una macchia d’ombra, almeno un cespuglio di ginestra. Quelli che vogliamo ancora fare incetta di raggi solari ci fermiamo davanti al dicco e gli altri scendono un poco, dove per loro fortuna incontrano il primo verde e il primo acero ombroso. Quando noi retroguardia li raggiungiamo li cogliamo al momento del caffè, il quale viene distribuito sia caldo che freddo:  la nostra presidente Vita e  la fotografa Grazia sono le protagoniste impagabili di tale gesto, peraltro oggi le uniche donne della compagnia, è la prima volta che i maschietti siamo presenti in maggioranza.

Da sotto questo meraviglioso acero, su un terreno ricoperto da morbidi cuscini d’erba e altri cespugli per certi versi provvidenziali perché servono da appiglio per vincere la notevole pendenza del declivio, si intravede la linea del 2° gradino e verso sud la verde Rocca delle Palombe interamente circondata dalla lava, la quale nasconde la più grande Rocca Musarra che vedremo bene dal fondovalle, dopo aver oltrepassato il grande dislivello che ci accingiamo a superare.

Prima di scendere su questa colata lavica su un sentiero che non c’è, faccio alcune raccomandazioni e mi metto in testa alla fila, facendo capire che bisogna trovare il passaggio cercando le scanalature piene di sabbia e lapilli che sono abbondanti. Qualcuno giudica che la pendenza è intorno al 100%... ma non me ne intendo… i ragazzi saltellano come leprotti e presto scompaiono dalla nostra vista: pensate, la pendenza è così grande e la colata lavica ha creato tanti rigonfiamenti che pur su spazi aperti non vediamo i primi della fila.

So per esperienza che bisogna guadagnare un percorso che scende vicino al verde delle ginestre che si trovano ai margini della colata, accanto alle pareti di Serracozzo,  infatti così facendo si scende che è una meraviglia. Quando di tanto in tanto mi giro per controllare la discesa degli altri noto una grande scorrevolezza e mi rincuoro, questa è l’ultima asperità del percorso, il resto sarà una passeggiata in pianura. 

 

L’impressione che dà la discesa che abbiamo ora compiuto è intensa ed emozionante; la ripida scarpata  vista dal fondovalle è un panorama unico, sembra quasi impossibile che si sia potuto scendere in così breve tempo, tutti bravissimi nel punto più difficile.

Ora si cammina più allegri e spensierati di prima, in una zona in lieve discesa e incontriamo due aceri che con le radici visibili si sono abbarbicati alle rocce che stanno ai margini della colata e vengono fotografati abbondantemente per la loro singolarità. Cominciano a vedersi tanti cespugli fioriti, siamo a quote più basse, intorno a 1500 s.l.m. e davanti a noi si ergono i due pizzi di Rocca delle Capre (o Rocca Capra) verdissimi, ricoperti d’intensa vegetazione, il luogo privilegiato dagli uccelli grandi e piccoli per la loro caccia e per i loro volteggi da innamorati.

Volgendo lo sguardo a mezzogiorno ammiriamo la splendida Rocca Musarra, che ha l’aspetto di un gigante a guardia della valle, vista di profilo come noi tutti la vediamo è bellissima nella sua solitudine, ma è in pericolo se continuano le colate col ritmo degli ultimi lustri.

Proseguendo ancora nella discesa incontriamo una delle ultime “dagale” (isole di verde circondate dalla lava, in qualche modo “salvate” dalla furia del fuoco) che resistono nell’intera Valle del Bove, in prossimità di Rocca delle Capre e la attraversiamo per intero facendo una piccola sosta all’ombra dei suoi alberi e potendo osservare così  con calma la Rocca.

Da questo punto in poi non c’è alcun accenno di sentiero, e dunque richiamiamo i ragazzi, perenne avanguardia, perché da qui sia pure brevemente, bisogna seguire il nostro Giuseppe che ha la capacità  sopraffina d’intuire il luogo dove dobbiamo incontrare la cosiddetta “pista di Saro Ruspa”   (dal soprannome dell’autore che nel 1992 aprì una pista con la ruspa per raggiungere i crateri della colata che minacciava Zafferana Etnea) che ci consentirà di arrivare agevolmente alla stradina carrareccia, prossima al  nostro traguardo di Pietra Cannone,  a quota 1.150.

Quando usciamo dalla valle del Bove, comincia a farsi sentire una certa stanchezza, in fondo, abbiamo camminato per circa sei ore coprendo un dislivello di  1.700 metri, non è moltissimo considerato il percorso in  discesa, ma non è nemmeno poco.

La soddisfazione è grande. L’apprezzamento ricorrente è questo : impressiona la frequente variazione di prospettiva dei panorami perché il paesaggio e i particolari cambiano quasi a ogni passo.

Siamo stati dentro una vecchia caldera spenta, in un certo senso dentro un enorme cratere preistorico che ha accolto e accoglie centinaia e centinaia di metri di lava calcolati in senso verticale (tralasciamo le migliaia di tonnellate in metri cubi, come s’usa dire) proteggendo le popolazioni etnee che si ostinano, irriducibili siciliani, a costruire le proprie case a breve distanza dalla valle : dobbiamo vivere sul fuoco, per destino, per sangue, per vocazione.  ( Egidio Mangano)

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

NEWSLETTER

Iscriviti alla nostra newsletter! E' gratuita.
Privacy e Termini di Utilizzo
Ricevi tutti gli aggiornamenti sulle nostre escursioni e sui nostri eventi.

Prossimi Appuntamenti

Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
1
2
3
4
5
6
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31